Critica Paolo Levi

LA CULTURA DI UNA MATERIA ANTICA

di Paolo Levi

 

Coinvolto come sono, soprattutto a livello emotivo, dalla poeticità complessa delle ricerche plastiche di Christian Costa, mi trovo ora a pormi giustificati quesiti. In questo contesto inedito, di alta inventiva linguistica e immaginifica, in questa ricerca senza alcun orpello o modello di riferimento, quali ferri del mestiere posso utilizzare per un’analisi appropriata? Non voglio rinunciare, di fronte ai messaggi di Costa, all’idealismo di Benedetto Croce, allo strutturalismo di Roberto Longhi, alla filosofia dell’assurdo di Albert Camus, dove è insito il concetto etico dell’interrogarsi senza finzioni sulla propria condizione esistenziale, affrontandola anche in ogni punto oscuro. È questo il patrimonio di pensiero dei miei tre maîtres à penser, ai quali rimango fedele come punto di riferimento analitico; e per fortunata coincidenza ne ritrovo la traccia nell’essenza profonda di questi lavori tridimensionali, in quanto essi sono la percepibile immanenza di pensieri estetici e liberatori, che si manifestano in costrutti sapienti di toccante significato.

Si tratta infatti di una meditata e oculata indagine sulla forma plastica dove combaciano perfettamente idealità della forma e idealità del messaggio, sostanziate in un tuttotondo che, pur del tutto fuori dalla tradizione, si attiene ai canoni dell’armonia visiva e formale. Costa, a livello spirituale, è un mercuriale, ovvero un pragmatico rigoroso a livello esecutivo: avverte l’anima dell’oggetto; dialoga con i suoi Mondi ammaccati, ai quali applica, in differenti contesti e in studiate situazioni poetiche,  lunari foglie di argento, o solari  foglie d’oro. Scultore di una materia antica, è ancora giovane di età, ma la sua anima viene da lontano, da un neoumanesimo che fonde insieme immagini e testi letterari. Reinventa l’incunabolo come strumento di comunicazione, copiando a penna testi significativi di autori moderni sulla superficie delle sue sfere o delle sue tavole lignee. Ma, a differenza degli scribi del Medioevo, egli gode della sicurezza che nulla si distruggerà grazie a una stabilizzante quanto sapiente verniciatura. Non sono narrazioni esemplari di santi o di beati, ma struggenti passaggi tratti da Primo Levi, oppure significativi pensieri di Blaise Pascal, o anche attimi di emozione nei versi di Eugenio  Montale o di  Cesare Pavese.

Costa vive in campagna, in mezzo ai boschi della valle alta del Tanaro, nel cuneese, al confine con la Liguria. Vive in mezzo ai suoi travi di legno e utilizza una motosega spietata per l’udito: per questo, per rispetto degli altri, ha scelto di vivere in un posto fuori dal mondo.   

Il legno è materia umile e Christian Costa è artista concettuale, ma la sua ricerca non è minimamente avvicinabile alle sperimentazioni dell’Arte Povera; al contrario, la poetica delle sue avventure visionarie è ricca di un’idealità, che all’antiutopia all’Arte Povera è sempre mancata.

Ci si trova di fronte a lavori dove l’intuizione di forma, di colore e di scrittura si coniuga alla perfezione con il messaggio di Costa. Il suo modo di procedere corre entro un’area culturale unitaria, dove la visione storica lambisce e riunisce, a livello di immanenza estetica, la ricerca plastica astratta, la poesia visiva degli anni Settanta del secolo scorso, e il calore tattile del legno. In ogni occasione, egli sa trasmettere l’apparenza improvvisa e provvisoria della luce che si rifrange sulla sfera ammaccata del mondo, creando un dialogo che cambia di tono secondo le variabili ambientali e le diverse angolazioni. I suoi riferimenti culturali sono diretti e decodificabili, e la sua verità viene alla ribalta tramite il talento, la sapienza e la pazienza che lo accompagnano in ogni suo lavoro.

 

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