Critica Vittorio SGARBI

Ha una forte componente civile, assecondando il tema ecologista, l’arte di Christian Costa, scultore di professione, da qualche tempo divenuto scultore “di concetto”, più ancora che di sola forma. Subito a qualcuno rizzeranno i capelli: no, il solito artista ecologista, tutto ideologia fanatica e niente sostanza estetica! Il solito con la testa fermatasi irrimediabilmente agli anni Settanta, che ti impone un aut-aut neanche troppo velatamente ricattatorio, o sei dalla sua parte, e quindi apprezzi per forza le sue opere, o gli sei contro, e allora sei uno sporco retrogrado che si mette contro tutto il mondo evoluto. Sia chiaro che l’ecologia è una cosa serissima, degna della massima considerazione da parte di ogni essere capace d’intendere e di volere: sono gli artisti ecologisti a non poter essere presi sul serio, o per lo meno a non esserlo troppo di frequente. Quanti ce ne sono ancora a infestare mostre e rassegne in ogni parte del globo, tetragoni, come se nel frattempo nulla fosse cambiato dal tempo dei “figli dei fiori”, sempre politically correct, naturalmente, a fare i santoni, i messia di sé stessi, convinti che le loro ovvietà siano in grado di salvare l’umanità, che invece anela a salvarsi da loro. No, l’artista ecologista no!
Niente paura, Christian Costa non appartiene alla razza di artisti ecologisti appena evocata, la più deleteria. In lui non c’è fanatismo, ricatto ideologico, non c’è, soprattutto, la presunzione di poter impartire lezioni di civiltà agli altri. Non a caso, l’ho definito prima artista “di concetto”, invece che concettuale, la categoria critica entra quale la maggior parte degli ecologisti di un certo tipo sono ancora classificabili. Quale la differenza? L’ecologista concettuale sottomette la forma al “messaggio”. E’ il messaggio la vera bontà dell’opera, tutto il resto va in sottordine, al punto che la forma pu  diventare un semplice pretesto per imbastire il discorso, anzi, il Discorso. L’ecologista “di concetto” Costa, invece, non ritiene che da solo il messaggio possa assorbire tutto il senso della proposta formale fino a ridurla a un pretesto. Il concetto è importante, ma non è una parola d’ordine, un diktat di malcelata vocazione totalitaria, anche quando vorrebbe essere il contrario: è, molto più democraticamente, e anche garbatamente, l’invito a riflettere su argomenti d’interesse comune, senza per  alcun obbligo da parte nostra di accoglierlo. Dipende dalla nostra sensibilità, dalla nostra intelligenza; dipende, ancora di più, dal modo in cui l’artista riesce a esprimere in modo quanto più compiuto quel certo concetto. La sfida che affronta è allora quella di fare in modo che il messaggio sia perfettamente incorporato in una forma che riesca non solo a comunicare un
concetto, ma a esprimerlo secondo valenze diverse, di tipo simbolico, dunque indirette, che risultino più efficaci di quanto non farebbero le parole dei discorsi diretti. Da un certo punto di vista, l’artista “di concetto” dovrebbe assumere nei confronti del suo oggetto di comunicazione una disposizione mentale non troppo diversa da quella di un pubblicitario. Un’eresia, per chi, come gli artisti concettuali tradizionali, avesse un’idea “antropologizzata” dell’arte, sacrale e ritualistica come potrebbe esserlo in una tribù primitiva, quanto più lontana possibile dalle pratiche ordinarie del mondo moderno. Un parallelismo plausibile, per chi invece avesse un’idea più secolarizzata dell’arte, calata nella vita effettiva delle persone, a partire dalle loro abitudini comunicative. Vedendo la serie dei Mondi ammaccati, perfetta coniugazione formale del concetto ecologista “la Terra viene offesa”, trasposta anche in piano e con corredo di testi scritti nella variante World’s Words, ho pensato che certe riuscite invenzioni sarebbero piaciute a Armando Testa, maestro della moderna pubblicità italiana. Costa se ne dovrebbe rallegrare: quando la forma assolve totalmente la funzione per la quale è stata ideata, non è più pubblicità, è arte, e di primo livello.

Vittorio SGARBI

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